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Cari fratelli e sorelle associati,

anche questo mese continuiamo con la lettura della lettera che cristianamente può farci rileggere la nostra esperienza ludico – ricreativa. Durante questo mese ci troveremo a vivere l’inizio della quaresima, vi invito peraltro a leggere la lettera del nostro santo Padre Francesco per la quaresima 2218. Ogni periodo nella vita della Chiesa ha in sé la sua ricchezza ed il suo significato a maggior ragione la quaresima che ci prepara al tempo di pasqua. Vi esorto quindi a fermarci durante questo periodo e a riflettere maggiormente sul nostro itinerario di fede che senza dubbio si riverbera su tutte le nostre attività. Anche il frammento della lettera dopo evidenziato ci deve far riflettere. Tante volte infatti, non riusciamo ad essere da stimolo agli altri per una sana interpretazione anche di ciò che va solamente vissuto come gioco e non come “agone bellico”. Buona lettura e buon inizio di quaresima

I fattori costitutivi

Una lettura attenta del fenomeno sportivo come realtà profondamente umana permette di individuarne alcune componenti che, in misura diversa e secondo realizzazioni molteplici, si rivelano costanti e caratterizzanti. Non si tratta di tracciare la “figura ideale” dello sport, ma di mettere in luce come, proprio nelle sue componenti costitutive, la pratica sportiva racchiuda una vasta gamma di valori umani, personali e sociali. E’ un’ulteriore conferma dell’insostenibilità dello sport come realtà “neutrale”, come realtà che possa prescindere dai valori morali. Fermiamo la nostra attenzione, in particolare, sul gioco, la festa, il corpo, l’agonismo.

Il gioco

Lo sport è storicamente, strutturalmente e, per così dire, geneticamente connesso alla dinamica del gioco. Se ne differenzia, sia pure non adeguatamente, per una maggiore dipendenza dalla organizzazione sociale, presente anche nell’antichità, dove però i giochi organizzati mantenevano una più forte analogia con il gioco “spontaneo” di singoli e gruppi. Se ne differenzia, inoltre, per una determinazione più vincolante delle forme e per una più accentuata dimensione di spettacolarità. Differenziarli non significa tuttavia contrapporre tra loro gioco e sport, perchè l’anima dello sport è pur sempre il gioco.

La dimensione ludica appare perciò come fattore decisivo e quindi istanza critica per una corretta interpretazione e attuazione del fenomeno sportivo. Questo vale anche se è tutt’altro che facile, nel concreto, determinare in forma riconosciuta e accettata il significato e il “segno” della dimensione ludica nello sport. Anche perché quella del gioco è nozione di non univoca interpretazione.

Se definire il gioco è molto complesso, se ne possono tuttavia individuare alcuni aspetti caratterizzanti, particolarmente sensibili ai riferimenti di valore, quali sono la gratuità e la simbolicità.

Un aspetto rilevante, che distingue il gioco dallo sport professionistico e che pone a quest’ultimo interrogativi non eludibili, è senz’altro la gratuità.

Il gioco – almeno nella sua accezione ideale e nella sua struttura psicosociale originaria – non ha carattere produttivo, non “serve” a nulla, ma è bello e gradito per se stesso. Per questo esso appare, all’occhio della fede, come un anticipo della realtà escatologica, dove l’agire umano non é stretto dalla “necessità”, e come un’espressione della dimensione di festa. Il gioco e il divertimento liberano dalla costrizione del tempo e del bisogno. Oggi, nell’era della modernità opulenta, non sono soltanto le necessità materiali a soffocare la libertà dello spirito; anzi, l’insidia che mina in radice il “tempo libero” proviene dal cuore dell’uomo, da dove scaturisce il male che ostacola il vivere “la libertà con cui Cristo ci ha liberato” (Galati 5,1). Così, nell’atto stesso della pratica sportiva, a volte anche del gioco, torna a dominare quella costrizione che ci rende schiavi.

Nel gioco non ci si aspetta un riscontro o un tornaconto dall’esterno: si è paghi della soddisfazione di essersi espressi al meglio, di aver raggiunto un traguardo ambìto; anche di aver riportato vittoria. Ma questo non è sempre spontaneo e scontato. Se perde la propria originaria funzione e si lascia condizionare da altri interessi, anche il gioco assume carattere di dura competizione e tende inesorabilmente a strutturarsi in forme soggiogate dalla cultura della prestazione, che strumentalizza al risultato ed estenua la gratuità. Così accade diffusamente, di fatto, nella pratica sportiva agonistica.

Il gioco ha un grande valore simbolico, in quanto richiama che la persona umana non è riducibile a forza di produzione e di consumo, perchè sperimenta un innato bisogno di gioia e di festa, di creatività e di fantasia, di ricarica interiore e di pacificante incontro con gli altri. Tutto questo patrimonio di umanità è racchiuso nel concetto biblico di “riposo” (cf. Genesi 2,2; Salmo 23,2), che testimonia l’orientamento dell’esistenza ad andare oltre l’immediato e il contingente.

L’esperienza conferma che l’uomo, chiudendosi nel proprio egoismo, resta vittima della logica del predominio e, riducendosi a puro strumento di economia e/o di potere, mortifica la propria comunicatività. Il gioco e lo sport, se vissuti correttamente, hanno in sé la capacità simbolica di restituire l’uomo al senso profondo del vivere, di prefigurare e in qualche modo anticipare il mondo ideale, il mondo nuovo, liberato dalla schiavitù del male e della morte.

La libertà, che il gioco e lo sport, mantenuto nella sua nativa dimensione ludica, evidenziano e propongono, non equivale affatto all’arbitrio spontaneistico, che si traduce nel disimpegno sterile o nell’autoaffermazione prepotente. Anche il gioco si struttura necessariamente in regole che vanno rispettate con rigorosità e lealtà, ma che si differenziano radicalmente dalle leggi dell’efficientismo, vero nemico della libertà di essere e di manifestare positivamente se stessi.

Il gioco stimola a mettere seriamente in discussione i criteri che guidano la nostra società. L’era della scienza e della tecnica ha arricchito le nostre conoscenze e riempito i nostri magazzini di utili e a volte terribili strumenti, ma ha impoverito la nostra capacità di esperienza e di sapienza. Nonostante l’ampliarsi della disponibilità di tempo libero, l’homo faber ingloba sempre di più e quasi soffoca l’homo ludens. Un’umanità privata della fantasia e della gioia, della festosità e del gioco si immiserisce e tende inesorabilmente all’autodistruzione. Purtroppo questo sembra avvenire, come in una parabola inquietante, proprio nel mondo dello sport, spesso esacerbato dalla estremizzazione e dalla violenza, così che i terreni di gioco tendono a trasformarsi in campi di battaglia.

Più che non la denuncia e la condanna, è utile l’individuazione delle dinamiche perverse che i meccanismi di profitto e di violazione della dignità della persona mettono in atto. Solo incidendo su di essi e proponendo la pratica sportiva secondo gli ideali di un autentico umanesimo e, ancor più, di una convinta adesione ai valori del Vangelo, è possibile colpire alla radice questo virus insidiosissimo, che distrugge lo sport dall’interno.

Si rende inoltre necessario vagliare se e come la dimensione ludica – garanzia non unica, ma importante e rivelatrice, della qualità umana dello sport – permanga e possa permanere nello sport professionistico, invaso dagli interessi economici e asservito alla spettacolarità. Se esso, cioè, sia ancora capace di gioia e di festa. Se non sia indispensabile rivedere, con autentica profezia, il quadro di valori cui esso fa riferimento e si ispira.

Certo della vostra attenzione a quanto sopra evidenziato vi auguro buon lavoro

DON SALVATORE CUBITO 

Consulente Regionale