News

Post

Time out…

Cari associati,

anche questo mese continuiamo a meditare e riflettere su ciò che ci viene proposto come riflessione sul nostro cammino insieme verso una scoperta sempre più profonda di ciò che ci riguarda in prima persona nelle pieghe di ciò che lo Sport per la nostra fede cristiana rappresenta.

Buona lettura

L’agonismo

«L’agone fisico – diceva Pio XII – diventa quasi un’ascesi di virtù umane e cristiane; tale anzi deve diventare ed essere, per quanto sia lo sforzo richiesto, affinché l’esercizio dello sport superi se stesso, consegua uno dei suoi obiettivi morali».

L’agonismo è una componente insopprimibile della pratica sportiva. I fattori di problematicità, che esso pone alla finalità educativa e in particolare alla sensibilità cristiana, non possono essere superati con soluzioni di comodo. Così la frase spesso ripetuta “l’importante non è vincere, ma partecipare” fa torto alla verità. Il desiderio di vincere, di ottenere un risultato soddisfacente appartiene come elemento intrinseco e irrinunciabile alla pratica sportiva. È fattore di stimolo, di miglioramento e di emulazione. Ciò che deve essere escluso è che la competitività, l’agonismo e lo sforzo siano vissuti “contro” l’altro. Si deve educare a vincere non sull’altro, ma al gioco e alla prova che esso propone. Si gioca insieme, non contro, in una competizione leale e serena.

Ciò esige un cammino formativo di grande impegno morale. Nel cuore dell’uomo insorgono di continuo la spinta alla prevaricazione, la tensione negativa, mai del tutto vinta, del peccato: solo se questa lotta interiore è combattuta e superata, l’agonismo sportivo – come ogni altra competizione umana – trasforma la rivalità in confronto aperto, in apprezzamento dell’altro e delle sue capacità. Ancora una volta, la ricerca del risultato e della supremazia ad ogni costo conducono dalla competizione alla rivalità, dal confronto al contrasto.

Si deve perciò attivare uno sforzo educativo in profondità. E si deve senz’altro chiarire, contro tutte le teorie della “bontà” del conflitto, riconosciuto addirittura come forza propulsiva della storia, che se l’agonismo è positivo, l’aggressività è nefasta; se l’emulazione è traente, la rivalità è deleteria; se lo sforzo è costruttivo, la violenza è distruttiva. L’esasperazione dell’agonismo e l’abdicazione alla dimensione ludica conducono lo sport ad essere immagine non più della vita, ma della guerra.

Inoltre, l’agonismo non ben controllato e orientato può diventare attentato alla vita: il rischio cui la prestazione sportiva espone, nei confronti non solo dell’ “avversario” ma anche di se stessi, non può essere spinto oltre ogni limite in nome del successo; e la sua determinazione non può essere lasciata alla esasperazione della volontà di potenza. Ne può derivare un incremento delle soglie di rischio, in nome del risultato o di una più avvincente spettacolarità. È così disattesa l’istanza morale, che mette al primo posto la persona e la salvaguardia del valore della vita.

Di fatto, la cattura dell’agonismo da parte delle forze economiche e ideologiche rende assai problematica la già difficile conservazione dell’aspetto di gioco e di divertimento, attraverso il quale lo sport si mantiene tra le espressioni significative della libertà e della creatività. Esso rischia così di essere ridotto, ancora una volta, a strumento di profitto alienante.

È di grande utilità, in questo contesto, orientare educativamente agli sport di gruppo, al gioco di squadra: educare cioè alla vittoria corale, non frutto di protagonismo individuale, ma di altruismo solidale.

DON SALVATORE CUBITO 

Consulente Regionale